lunedì 16 giugno 2008

L'esercito nelle strade


Baionette per tutti i gusti
di Fabio Mini*

Non accadeva da decenni che quattro ministri del nostro governo si occupassero di soldati nello stesso giorno per chiederne e modificarne l'impiego. Ci eravamo rassegnati al dimenticatoio e abituati alle esibizioni d'ignoranza dei politici sulle questioni militari e ai silenzi assordanti dei nostri vertici persino di fronte alle stupidaggini. In questi giorni la rassegnazione lascia il posto alla sorpresa per l'insolita attenzione sui soldati, ma nulla favorisce un cambiamento di abitudine. Il ministro dell'Interno ha proposto l'impiego dei soldati come spalatori e guardiani di rifiuti solidi urbani. Quello della Difesa, visto l'alto significato morale e professionale di questo impiego, ha chiesto che i soldati partecipino alla lotta contro le minacce criminali, i clandestini, i rom e i ladri di bambini (i comprachicos di Victor Hugo). Il ministro degli Esteri ha proposto la revisione delle restrizioni nazionali che i nostri soldati devono rispettare in Afghanistan e quello dell'Economia ha assicurato la copertura finanziaria per tutti.

Le iniziative d'impiego dei ministri prendono ovviamente le mosse dal principio corretto e sacrosanto che i soldati costituiscono una risorsa preziosa e qualificata e quindi devono essere impiegati per l'affermazione della politica nazionale all'estero e nelle emergenze interne. In base a tale principio l'impiego dei soldati non è soltanto giustificato, ma doveroso e come tale da affrontare con militare e militante entusiasmo. Bisogna solo verificare che siano considerati anche alcuni corollari: che l'emergenza sia reale e non ci siano più alternative all'impiego delle forze armate. Non è infatti più valido il criterio che essendo i soldati teoricamente preparati, addestrati ed equipaggiati per affrontare la più grande di tutte le emergenze, la guerra, sono vieppiù idonei ad affrontare emergenze di minore livello e intensità. Ogni guerra è ormai diversa dalle altre e ogni emergenza ha bisogno di strumenti specifici. Se l'impiego richiesto ai soldati non rispetta questi corollari è ancora possibile utilizzarli, ma non come rispettabili professionisti della sicurezza, bensì come manovalanza secondo il principio attribuito a Napoleone: "Le baionette servono a tutto tranne che a sedercisi sopra". Una massima che da noi è stata già applicata con risultati poco brillanti nonostante fossero disponibili otto milioni di baionette.

Il primo ambito da verificare alla luce del principio e dei suoi corollari è quello dei rifiuti, ormai affettuosamente chiamati 'monnezza'. Non c'è nulla di degradante per i soldati nel raccogliere la monnezza se questa costituisce un pericolo per la sicurezza, se è una emergenza transitoria, se non c'è nessun altro strumento disponibile, se i soldati non hanno niente di meglio da fare, se ci sono i soldi per pagarli e se hanno gli strumenti e le autorizzazioni giuste per svolgere il loro lavoro. Tuttavia sembrerebbe che una emergenza che dura da 14 anni è più un problema strutturale da risolvere che un'emergenza. Sembra che la militarizzazione delle discariche non risponda ad esigenze di sicurezza pubblica, ma di convenienza politica per imporre con la forza (pubblica) delle soluzioni sulle quali non c'è consenso. Uno Stato che ricorre a tali mezzi rischia di veder etichettare se stesso e le proprie forze armate come autoritario che è sempre l'antitesi di autorevole e quindi di apparire velleitario e debole. Non sembra neppure che i soldati della monnezza siano investiti di una qualsiasi autorità di pubblica sicurezza e rimane incerto quali regole d'ingaggio debbano seguire in caso di attacco delle discariche da parte di facinorosi o di dimostrazioni da parte dei loro stessi familiari visto che i nostri soldati vengono in maggioranza da quelle zone.
Lo stesso problema si pone per l'intervento contro la criminalità o i clandestini. La nostra Marina Militare e le forze di polizia non hanno alcuna autorità di arrestare o perquisire il naviglio in acque internazionali. Anzi di fronte a situazioni di evidente pericolo o disagio degli equipaggi, dei passeggeri, dei naufraghi hanno il dovere di soccorso. In acque territoriali l'esercizio della sicurezza interna è devoluto alle forze di polizia e alla Guardia costiera e comunque l'autorità non prevede l'omissione di soccorso, o la facoltà di impedire l'approdo. Inoltre, nessuno può assicurare l'immunità ai comandanti in caso di danni ai clandestini. Il comandante della nave Sibilla che tentò di fermare un barcone di albanesi causando 81 morti è stato condannato e deve anche risarcire i danni.

I cosiddetti pattuglioni misti per il contrasto o la deterrenza alla criminalità urbana presentano per i militari gli stessi problemi di legittimità e autorità e aggravano il problema della disponibilità delle forze di polizia. Una pattuglia fatta da esercito, carabinieri, polizia, finanza, guardia forestale, guardia penitenziaria e guardia mortuaria è senz'altro rappresentativa dell'impegno dello Stato nella lotta, dà senz'altro visibilità alle diverse forze, giustifica l'incremento dei loro organici, ma è ridondante, rappresenta un obiettivo remunerativo per gli eventuali attacchi, è prevedibile, poco flessibile ed è uno spettacolo ridicolo. Se si vogliono impiegare i militari in compiti di polizia, una volta superate le difficoltà istituzionali e reperite le risorse, si possono risparmiare decine di migliaia di uomini e donne soltanto assegnando compiti e prerogative di polizia anche ai soldati. Se si vogliono recuperare carabinieri e poliziotti per il contrasto attivo alla criminalità basta assegnare all'esercito il compito della sicurezza degli obiettivi sensibili che non sono solo le discariche, ma anche i ministeri, gli edifici pubblici, le stazioni, le centrali, gli aeroporti e così via. O i militari integrano le capacita della polizia a parità di condizioni o diventano un peso. Se poi si ritiene che l'esercito sia necessario perché le misure di polizia si sono rivelate inefficienti, perché le strutture ordinarie di sicurezza e protezione civile hanno fallito o hanno contribuito alla creazione dell'emergenza, allora bisogna avere il coraggio di riconoscerlo, individuare i responsabili, rimuoverli, perseguirli e dare ai militari la competenza della risoluzione. Si tratta però di cambiare lo Stato, di militarizzarlo e di congelare temporaneamente diritti e aspettative democratiche dei cittadini. Significa stabilire in alcune zone la legge marziale, limitare la libertà di movimento, istituire i coprifuoco, riconoscere l'autorità di bando militare, costituire i tribunali speciali e passare per le armi i dissidenti. Forse c'è un retropensiero di questo tipo nella ipotesi da molti blaterata 'chiamiamo i militari', c'è la nostalgia del 'si stava meglio quando si stava peggio', ma di certo non c'è il coraggio o la capacità di fare sul serio. Non c'è neppure nessuno che sappia tecnicamente come fare. Nessuno che ricordi più i piani chiamati Apam (Assunzione Poteri Autorita Militare) in vigore fino agli anni '80 la cui sola lettura sollecitava le fantasie golpiste degli spostati e le cui sole simulazioni venivano scambiate per tentativi di colpi di stato. Se quando si parla dell'impiego dei militari in emergenze interne non si tratta di vere emergenze ma di inefficienze croniche, e se la militarizzazione viene sbandierata come esercizio muscolar-dialettico il solo parlarne diventa pericoloso e inutilmente delegittimante per chi la chiede e per chi la esegue. Bisognerebbe pensarci bene perché sulle baionette, alla fine, ci si potrebbe trovar seduti.

*generale, ex comandante della Forza Nato Kfor in Kosovo

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Baionette-per-tutti-i-gusti/2027788//0


Nessun commento:

Posta un commento