lunedì 19 maggio 2008

La vergogna dell'uranio impoverito : I media non ne parlano


La vergogna dell'uranio impoverito
Ida Rotano, 27 marzo 2008, 11:58

Il caso Dura protesta dei familiari delle vittime che celebrano in televisione il funerale della giustizia. Su Retesole, una bara con il tricolore e il lungo elenco di nomi dei militari uccisi dall'uranio killer


La vergognosa e interminabile storia dell'uranio impoverito e delle sue presunte vittime. La grande delusione per i risultati della seconda commissione di inchiesta, che non è stata in grado di fornire nessuna risposta, non avendo ascoltato la testimonianza di un solo reduce di guerra. Lo sfogo dei familiari delle vittime, ancora una volta umiliati. L'indifferenza e la censura dei grandi media sull'argomento.
Hanno scelto lo studio televisivo dell'emittente interregionale Retesole e il programma "L'Altra Inchiesta" per celebrare, davanti ad una bara avvolta nel tricolore, il funerale della giustizia e della verità a distanza di poche settimane dalla chiusura dei lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta che non ha fornito "alcuna risposta concreta".

Protagonisti dell'estrema forma di protesta, Daniela Volpi, vedova del capitano dell'Esercito Antonino Caruso, uno dei 77 militari italiani morti per possibile contaminazione da uranio, e Falco Accame, presidente dell'associazione dei Familiari delle vittime Anavafaf.

Nel corso della trasmissione le note del silenzio militare hanno accompagnato l'elenco dei militari caduti che - ha denunciato Accame - "non hanno avuto nessun funerale di Stato e in molti casi nessun risarcimento".La vedova Volpi ha chiesto di poter un giorno "raccontare al figlio di 11 anni perché è morto il padre" e ha inoltre denunciato che da ben "11 anni è in attesa della risposta sul riconoscimento della causa di servizio del marito".
La Commissione d'Inchiesta del Senato aveva, tra i suoi compiti, quello di indagare sui casi di morte e malattia che hanno colpito personale italiano impiegato nelle missioni all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, nonché le popolazioni civili nel teatro di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale.
Eppure, dopo mesi di lavoro, la relazione finale della Commissione non riesce a dare risposte sufficienti. In particolare, viene riportata la tesi formulata dal Ministro della Difesa nella sua audizione, secondo cui, in base a valutazioni statistiche non meglio precisate, risulterebbe che su 100.000 casi di infermità riscontrate, quelle relative all'ambito della società civile sarebbero 754, mentre quelle relative all'ambito dei militari impiegati sarebbero 380, dal che si dovrebbe dedurre che l'esposizione all'uranio non solo non è pericolosa, ma è salutare. Si tratta di una tesi che, peraltro, poi viene contraddetta nella stessa relazione, quando si afferma che l'uranio è "sicuramente genotossico". Inoltre, nelle conclusioni della relazione non si muove alcuna critica rispetto a quanto accaduto in passato, né vi è alcun cenno alle responsabilità che vi sono state, anche se il Senatore Felice Casson, nella sua audizione del 9 ottobre 2007, ha affermato come "in ordine alle pesanti patologie tumorali anche letali che hanno colpito i cittadini militari italiani, esistono responsabilità molto pesanti dell'Amministrazione dello Stato". E neppure vi è alcuna parola di rincrescimento per quanto accaduto che poteva, in larghissima misura, essere evitato, se il nostro personale militare e civile, per almeno 6 anni, non fosse stato lasciato all'oscuro delle misure di protezione da adottare.
Tali misure erano note all'Italia almeno dal 1984 e vennero applicate da parte degli USA durante l'operazione Restore Hope in Somalia (operazione a cui hanno partecipato anche reparti italiani) fin dal 14 ottobre 1993. La NATO emanò, nell'agosto 1996, le disposizioni di sicurezza per le basse radiazioni. Le istituzioni avrebbero dovuto chiedere scusa alle vittime, chiamate ad affrontare un pericolo che non conoscevano anche se conosciuto da altri. E invece il nulla, la Commissione d'inchiesta ha preferito chiudere i battenti senza alcuna critica relativa alle inadempienze verificate e formulando, per il futuro, solo auspici e raccomandazioni.
Purtroppo si sa che questi, in Parlamento, valgono poco più di lettere a Babbo Natale o alla Befana.


Fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=6977


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