martedì 11 dicembre 2007

IL Sopravissuto - Storia di un combattente iracheno

Sopravvissuto - Prima Parte
Storia di un ex soldato iracheno, vittima di una guerra da cui non è possibile nascondersi

Sono stato per sedici anni nell'esercito iracheno, sotto Saddam, con il grado di capitano, fino all'invasione del 2003. Il giorno stesso dell'arrivo degli statunitensi fui trasferito dall'accampamento dove mi trovavo e interrogato dai soldati Usa. Eravamo nel quartiere di Zaafaraniya, a Baghdad. “Cosa pensi di Saddam?” mi chiesero. Sto dalla sua parte, risposi, perché da noi c'è un proverbio che dice: meglio il nemico che conosci di quello ignoto. L'interrogatorio durò a lungo e venni rilasciato solo dopo dodici ore.

Un anno dopo, mi trovavo nel quartiere al Husseiniya, sulla strada per Baquba, e venni nuovamente fermato. Quella volta erano soldati Usa e iracheni. Mi portarono in un ufficio all'interno dell'ospedale per interrogarmi. Erano le 11 di sera e la situazione non era per nulla rilassata. Spiegai loro che abitavo a Husseiniya. “Hai delle armi? Cosa fai in giro a quest'ora?” mi chiesero. Impiegai due ore a convincerli che stavo andando all'ospedale per visitare mia moglie che non stava bene. Quando mi fermarono per la terza volta avevo ormai perso il posto nell'esercito. Avevo una macchina e facevo il tassista per arrotondare. Mi trovavo in Haifa street. Dei mezzi corazzati Usa, spuntati dal nulla, mi tagliarono la strada e accesero dei proiettori fortissimi, puntando le armi nella mia direzione. I soldati mi fecero scendere e perquisirono l'auto rivolgendosi a me in inglese. Non capivo nulla finché un uomo di colore, l'interprete, mi chiese che cosa facessi lì. “La mia auto è gialla quindi è un taxi, e per giunta in regola”, risposi loro. Ancora una volta non riuscii a fugare i sospetti.

Mi portarono in un ex palazzo di Saddam sulla rive del fiume. Incappucciato, in una stanza, con le mani legate dietro la schiena e i piedi tra loro. Ancora un interrogatorio. Chi sei? Cosa fai? Dove vai? Poi mi levarono il cappuccio e iniziarono a picchiarmi. Erano tutti dietro le mie spalle, mi davano calci e mi mostrarono un bastone. “Sai cos'è questo?”, mi chiesero. “E' un bastone” risposi. Così mi schiacciarono la testa verso il basso e mi colpirono sulla spalla. Il colpo mi fece cadere per terra e vidi che a colpirmi era stato un iracheno. Gli altri, gli americani, a quel punto mi rimisero sulla sedia e ripresero a domandare: “Cosa fai in giro a quest'ora? C'è il coprifuoco.” Non ebbi il tempo di rispondere che un altro colpo mi fece ricadere. “Pratichi la boxe? Il Kung Fu?”, e di nuovo botte. Alla fine mi spinsero contro un muro, mi fotografarono e dissero: “questa la trasmettiamo a tutte le pattuglie di Baghdad, se ti becchiamo un'altra volta non avremo pietà di te”. E mi lasciarono andare. Gli americani hanno attraversato i continenti per arrivare fino a qua. Sono strani, ma non c'è nulla di peggio degli iracheni che collaborano con loro.

Sei mesi dopo, stavo guidando il taxi nella zona di Ashab quando un gruppo di paramilitari iracheni circondò l'auto. La strada era piena di automobili e i miliziani le controllavano facendo scendere i passeggeri. Urlavano, io avevo paura e sono stato zitto. Non controllavano i documenti, chiedevano solo la nazionalità. Poi ci costrinsero a salire sui loro mezzi, una Mercedes, una Volvo e un pick-up. A un certo punto ci fecero scendere e ci bendarono, poi riprendemmo la strada sul pick-up. Giunti non so dove, ci fecero sedere in una stanza puzzolente e chiesero chi di noi fosse sunnita e chi sciita. Mi chiesero i documenti ma risposi che li aveva presi uno di loro e dovetti pronunciare la chahada, la testimonianza di fede, per confemare che sono uno sciita di Kerbala. Ma il mio aguzzino non mi credette e iniziò ad alterarsi. “Sono iracheno della tribù di Machada” spiegai, ma quello mi rispose: “prima ti cavo gli occhi e poi ti ammazzo”. Sentivo che nel frattempo telefonavano a Kerbala in cerca di conferme. A quel punto giunse un uomo, al suo passaggio si alzarono tutti perchè era un sayyed (un'alta autorità religiosa sciita). Lo conoscevo e sapevo che suo padre era vissuto a Kerbala. Gli raccontai di mio nonno, dei miei parenti.. “questo tipo dice la verità” sentenziò lui. Questo è sciita. Così mi resero i documenti, mi chiesero scusa e si offrirono di accompagnarmi a casa. Rifiutai. Non so che fine abbiano fatto gli altri. Quel giorno in auto con me c'erano dei sunniti.
Naoki Tomasini

Fonte: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9508

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